AnnaTakumi

1° Contest di Scrittura creativa - Votazioni

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Questo topic fa riferimento a questa discussione: 
http://nodownloadzoneforum.net/topic/4636-1°-contest-di-scrittura-creatura-creativa-racconti-brevi/
 

1° contest di scrittura creativa, racconti brevi. [VOTAZIONI]

 


Regolamento:
- Potete votare solo un racconto.
- Se volete, potete commentare anche nella discussione (motivo di questa scelta, tra chi eravate indecisi, ecc.)
- Chi ha partecipato al contest può votare.
Verranno presi in considerazione solo i voti del sondaggio NON quelli lasciati nel topic.
- A parità di merito lo Staff valuterà e decreterà il vincitore, che avrà la possibilità di scegliere il tema del prossimo contest.
 
La votazione chiude alle ore 00.00 del 26 novembre 2013. I voti successivi non verranno contati.
 
Racconti dei partecipanti:
 
1- Sakura 

Il fuoco divampa. L’albero in mezzo alle fiamme brucia, si sente il leggero crepitio; l’acqua si tinge di rosso sangue e il colore toglie il fiato.
Uno scatto; poi torna solo il rumore sordo.
X X X X
Si alzano nuvole nere da quel rosso cupo; c’è un tale calore; sono paurose quelle nubi; Che ne sarà di me?
Fino a ieri l’aria era fresca e tranquilla qui. Le belle foglie verdi mosse dal vento generavano musica; una melodia meravigliosa e tutti i miei conoscenti cantavano per accompagnare quel suono.
Era così bello! Ora invece non ci sono più le foglie, nessuno canta, si sente solo crepitare; un rumore sordo intervallato da botti e urli strazianti.
Avverto che tante vite si stanno spegnendo; altre provano paura e terrore.
Dovrei volare via come gli altri ma non riesco a muovermi, ne sono certo presto anche la mia vita si spegnerà.
Ho paura. Mi tremano le piume ma non posso andarmene, voglio vedere.
Questi colori sono così belli! Carichi di una vita violenta e primordiale. Nero, Rosso Vermiglio, Rosso Rubino, Arancione, Giallo. Le scintille luminose si alzano trasportate dall’aria; mi sento mancare,quest’aria è così soffocante.
Il panico mi assale assieme ad un urlo mentale: Devo volare verso il fiume. Nell’acqua sarò al sicuro!”
Realizzo la realtà dei fatti e guardo in alto, le fiamme sono sopra di me. Lambiscono l’albero su cui mi trovo con caparbietà; sono uno scintillante cappello sopra la mia testa.
Chiudo gli occhi sentendo l’ossigeno nei miei polmoni diminuire rapidamente; poi odo lo schianto.
Apro gli occhi in preda al panico; vedo il ramo cadere, mi sposto, poi sento il vuoto sotto di me.
“ Devo volare.”
Ma non ci riesco; improvvisamente realizzo che ormai è giunta la mia ora.
Un tonfo; ho urtato qualcosa di umido: Dolore!
Non vedo niente; Uno, Due, Tre. Sento i battiti del mio cuore, mi rimbombano in testa; sono sempre più lenti.
“Perché non sono volato via quando potevo farlo?”
Sento il mio respiro uscire, un rantolio, poi la percepisco la morte. Il buio, vuoto, sconfinato; e la luce calda e abbagliante; così pacifica.
Riapro gli occhi, non so dove sono ne quanto tempo è passato. Mi trovo in un luogo antisettico dove girano tanti umani; non mi piacciono sono strani.
Sto ad osservarli ma loro non paiono vedermi; che strano, ma è meglio così.
Mi stiracchio le ali cinguettando; mi alzo in volo, giro tutte le stanze di quel luogo vastissimo e gioisco; mi sento così leggero, così libero!
Ci sono tante immagini naturali attaccate alle pareti di quel luogo; Alberi, Fiori, Frutti, Foreste, Cascate, Montagne, Fiumi. Tutte mostrano luoghi magnifici in cui vivere e costruirsi un bel nido comodo.
Mi sento estasiato; continuo ad ammirare una dietro l’altra quelle bellissime immagini; d’un tratto però una mi fa fermare è diversa da tutte le altre. Provo un cupo terrore vedendola.
Quest’immagine è gigantesca, ritrae un albero avvolto dalle fiamme sul cui ramo, uno della mia specie sta appollaiato fermo, immobile.
Dietro di lui uno sfondo di colori; Rossi, Neri, Arancio, Gialli. Si nota il fiume prima dell’albero ,è come se generasse un riflesso di tutti quei colori e al contempo da l’impressione sia tinto di sangue.
Mi sento male. Mi manca il respiro. Lentamente mi poso su una piccola teca e mi guardo attorno.
Riconosco che questo è il luogo in cui mi sono svegliato, non l’avevo notata quest’immagine prima e nemmeno la piccola teca che vi era di fronte. La osservo incuriosito, ci sono dei resti carbonizzati ma è come se si fossero essiccati.
Sopra quel cadavere c’è una placchetta con delle scritte; “ Chissà che vogliono dire quei simboli? E linguaggio umano ,non lo capisco.”
Rialzo lo sguardo verso l’immagine osservandola con attenzione. “ Perché mi spaventa tanto?”
Mi soffermo sul mio simile ritratto e per un momento mi sento mancare.
“ Quello sull’immagine sono io!”
Mi tremano le zampe, abbasso lo sguardo e noto che anche quel corpicino essiccato mi somiglia.
“ Ho paura. Sono sempre più confuso.”
Dietro di me sento una voce umana che dice:
<> 
Mi volto , davanti al mio corpo una ragazzina ride esclamando; <>
L’umano più alto che le sta a fianco sospira.
<< Daysi è un discorso complicato, quando sarai più grande capirai.>>
Li osservo allontanarsi sbigottito.
“ Che razza di valore attribuiscono alla vita e al mondo in cui vivono gli esseri umani?”
Un tonfo mi distrae procurandomi un sussulto. Vedo un oggetto sconosciuto a terra e un umano che mi fissa scioccato.
Ricambio il suo sguardo e e improvvisamente la realtà mi appare alla vista.
Io sono morto cadendo dall’albero incendiato; quando il fuoco si è spento quest’umano che l’osservava mi ha trovato e ha deciso di darmi questa questa sepoltura strana mettendo in mostra l’ultimo atto della mia vita per far capire che quel che è stato fatto alla foresta in cui vivevo non è giusto.
Perché è legato a me mi vede nonostante io sia uno spirito.
Mi libro in volo e mi fermo davanti a lui su quell’oggetto che ora comprendo serve agli umani per ritrarre le immagini del tempo altrui.
Lo guardo un poco; sento che potrà comprendermi quindi decido di parlargli.
<> 
Noto che mi fissa a bocca spalancata cadendo in ginocchio, alcuni umani gli si avvicinano chiedendo se sta bene.
Mi libro in volo nuovamente. Sento l’energia pacifica della luce vicino a me; inizio ad intravederla e decido di avviarmi verso di lei.
Qui sento di non aver più nulla da fare; lascio quell’umano a se stesso, in mezzo ai suoi simili; io ho l’intenzione di godermi questo lungo e pacifico volo sebbene non sappia dove mi porterà.
Mentre scompaio mi sovvien una domanda.
“Chissà se gli umani la vedono questa luce?“
Ma la risposta per me non ha importanza; entro nella luce a cuor leggero e in lontananza odo il canto della foresta e di altri uccelli.


 
2- HarumiChan

Felicità.
«Immagina» ti dico. «Chiudi gli occhi…»
Le fiamme si alzano così alte da lambire il cielo. La calura è opprimente, l’aria tremolante e tutto ha assunto le colorazioni arancioni del crepuscolo. Ci trasciniamo a stento su per una rupe, un pezzo di roccia ancora miracolosamente integro, e ci abbandoniamo sul suolo cocente, scottandoci la schiena attraverso il sottile strato di cotone delle magliette.
Ci assopiamo; sonnecchio a lungo quando una quiete improvvisa, del tutto fuori luogo, mi sveglia. Mi stropiccio gli occhi e mi guardo intorno: Silenzio. Sento solo il rumore del mio respiro lungo e profondo.  
E poi la terra trema.
Mi giro di scatto e ti prendo per mano, tirandoti di peso, guardando la confusione nei tuoi occhi.
Stavi sognando. Scusa. Mi dispiace.
Ci teniamo per mano. La mia è fredda e sudata. La tua calda e accogliente. Grazie, senza la tua stretta un po’ insicura non avrei trovato il coraggio di mettere un piede dopo l’altro, di correre e di domare i battiti concitati del mio cuore.
«Non ti fermare».
Stiamo correndo quando inciampi, precipitando al suolo.
Mi giro verso di te sentendo sfuggirmi la tua mano e ti vedo atterrare bruscamente.
«Qualcuno tolga il rallenty! Non posso sopportare la vista della tua pelle che si lacera, del sangue che sgorga dalle tue ginocchia sbucciate». Neppure il tempo di pensarlo e sei già in piedi; ma adesso che prendo la tua mano la sento appiccicosa. La lascio per un momento e guardo la mia. E’ rossa del tuo sangue.
 Non importa.
«Ti sei fatta male?» vorrei chiederti. Ma non lo faccio. Tu sei forte, più di me, e mi sorridi quasi scusandoti della tua goffaggine.
Avanziamo ancora. Io davanti, aggrappandomi alla tua mano e quasi trascinandoti. Sento i singhiozzi che si fanno strada nel mio petto, sento un singulto. Non capisco se viene da me o da te, ma non importa. Neppure questo ha più un senso. Volto la testa come un Orfeo impaziente e guardo il tuo pianto, i gemiti sconvolti che ti attraversano facendo alzare il tuo seno con movimenti rapidi. Le lacrime ti rigano il viso sporco di polvere e sangue, lasciando due sottili linee pallide che mettono in luce il bianco eburneo della tua pelle.
«La tua pelle è bianca» mi costringo a ricordare.
Un’altra scossa.
 Un enorme pino si inclina sotto i nostri occhi, il possente tronco spezzato in due. Oscilla come fosse ubriaco e poi si abbandona al vuoto, lasciandosi cadere nella voragine che lo aspetta a bocca aperta.
«Dobbiamo andare» ti dici «Non possiamo fermarci ora».
Ti prendo la mano nella mia e ti tiro su a fatica. Sei esausta e lo sono anch’io, e ti costa tantissimo mettere un piede dopo l’altro.
«Su, qualche altro passo. Solo qualche altro passo».
Continua a camminare, così. Un piede dopo l’altro, un passo dopo l’altro. Ne abbiamo fatti già…Dieci? Venti? No, forse cento, mille! Forse sono mesi che camminiamo senza fermarci.
E cadi; sfinita. Non posso chiederti di muoverti di un centimetro di più. Ti porterei in spalla, mi caricherei del tuo peso esile. Lo farei davvero, ma non ce la faccio.
Mi guardi con occhi supplicanti.
«Vai»  mi implori.
Non ti avrei mai lasciata lì, sola. O forse a parlare è solo il mio egoismo, la mia paura della solitudine.
Tanto meglio, non ti avrei lasciata lo stesso.
Mi siedo accanto a te e ti stringo contro il mio petto, lasciando che le tue lacrime mi bagnino la T-shit già sporca e sudicia. Ti stringo forte.
Lo sai. Non ti lascio. Non ti lascerò mai.
«Dio se esisti ti prego. Prendimi adesso. Fa che lei sia l’ultima cosa che stringo.»
Sento gli occhi bruciare.
«Sarà la polvere» penso, ma non lo è. Sbatto qualche volta le palpebre e sento le lacrime calde scendere sul mio viso. Il nodo in gola mi opprime e presto lascio che la mia angoscia esplodesse.
Mi lascio invadere dalla paura; che sentimento strano. E’ così che ti senti anche tu?
Restiamo così per un po’; poi  ti accorgi del mio pianto silenzioso e si volti sciogliendoti dal mio abbraccio. Mi asciughi le lacrime con il dorso della mano e mi accarezzai, scostandomi i capelli che scendono disordinati sul viso.
Mi sorridi scoprendo i denti bianchi, ritirando le sottili labbra arse dalla sete e dal caldo soffocante.
E fu quel sorriso a evitare che mi accasciassi su quelle rocce appuntite, aspettando che la voragine inghiottisse anche me.
Poi ti volti  e ti siedi tra le mie gambe, appoggiando la testa nell’incavo del mio collo.
Ti accarezzo dolcemente i capelli, contemplando la rotondità delle tue spalle, la pelle nuda del tuo collo.
Una leggera brezza si alza. Mi soffia sul viso, infilandosi nello scollo della mia maglietta. Ti sento rabbrividire contro di me e ti stringo un po’ più forte, assaporando appieno quella frescura.
Almeno dal freddo posso proteggerti.
«Ci manca poco» dici. E in quelle tre parole sento un barlume di speranza. Mi lascio pervadere da questa fiducia. La faccio mia, e la proteggo contro quell’alito di vento che potrebbe spazzarla via.
Afferro la mano che mi tendi e capisco finalmente la forza della tua determinazione. Mi aggrappo a te con forza, lasciandomi guidare.
Avanziamo pietosamente. I miei piedi urlano pietà, ma non posso fermarmi!
Le suole lacere delle mie scarpe non mi proteggono più dai malefici sassolini che incontro ad ogni passo e ben presto mi trovo a stringere i denti per il dolore.
Poi tu urli; sei caduta, ancora.
Ma io sono dietro di te, per sorreggerti, per continuare a incoraggiarti.
Quanto mi fa male vederti così.
Finalmente dietro uno sperone roccioso vedo dei ruderi, resti di quella che era stata una casa come un’altra, rifugio sicuro contro i pericoli del mondo. Mi vengono in mente tutte le volte che avevamo preso il tè in giardino, tutte le volte che avevamo litigato e poi fatto la pace tra quelle mura. Mi ricordo della sicurezza di chiudermi la porta alle spalle la sera contro tutto quello che c’era fuori.
Nulla poteva violare il nostro maniero, la nostra reggia, presidio indistruttibile della nostra felicità.
Mi riscuoto e vedo che mi guardi.  Hai quel sorriso tutto speciale che riservi solo a me. Ho voglia di sorridere anche io e l’estraneità di questo gesto mi turba.
Deglutisco. 
Riprendiamo ad avanzare e facciamo il giro dell’edificio per trovarci davanti a quello che una volta era stato il salone.
Le pareti sono completamente sgretolate e solo il pavimento con il delicato motivo a rombi ha miracolosamente resistito.
Il nostro elegante divano bianco è capovolto in un angolo, con segni di bruciature, come se un incauto fumatore avesse dimenticato le sue cicche lì, distrattamente.
Quel divano. Ti ricordi quando al negozio lo avevi guardato e avevi insistito per comprarlo?
I tuoi soliti capricci ai quali non so dire di no. L’avevamo comprato, l’avevamo sistemato lungo una parete e quella sera ci avevamo fatto l’amore. Ricordi?
La lampada giace frantumata e pezzi di vetro ricoprivano il suolo come un secondo strato di detriti.
Tutto mi richiama ricordi. Attimi passati con te. Pezzi della mia e della tua vita che stanno lì, abbandonati. Calpestati.
Ma quello che desidera il mio sguardo è altro. Mi volto a destra, avanzando con cautela, calpestando cocci di qualcosa, non voglio sapere cosa, e lo vedo.
Il grande pianoforte a mezza coda è ancora lì, intatto, preservato. Mi volto verso di te con le lacrime agli occhi. Mi sorridi incoraggiante e ti avvicini allo strumento, scorrendo con le dita e con enorme delicatezza la vernice nera scrostata in più punti. I tasti, neri e bianchi, sono esposti e ricoperti di cenere e brandelli di qualcos’altro.
Ripulisci il grosso dello sporco con un lembo della tua maglietta e poi il tuo sguardo è tutto per me. Mi guardi come la prima volta quel tardo pomeriggio di luglio. I tuoi occhi verdi si incatenano ai miei per un momento interminabile, un istante che voglio duri per sempre.
Poi abbassi il capo e i capelli ti ricadono a celarmi il tuo sguardo.
Mi fai segno di avvicinarmi, ti guardi intorno e vedi il piccolo sgabello nero riverso lì accanto. Lo raccogli e lo metti al suo posto.
Mi siedo.
Non ho bisogno di chiederti cosa volessi che suonassi. È la canzone che aveva accompagnato il nostro incontro! E in quel momento, con la luna che faticosamente guadagnava il suo posto nel cielo, è la melodia perfetta.
Alzo le mani, le poso con dolcezza infinita su quel legno, ed è come riabbracciare un vecchio amico, o scoprire di poter usare un arto paralizzato. Sono come un bimbo la mattina di Natale.
Sospiro e premo i tasti, giocando con le note, prima con esitazione, poi sempre più velocemente, man mano che le mie dita acquistano sicurezza: sembra che i suoni si rincorrano al ritmo che imprimo, galleggiando nell’aria.
Mi sento uscire da uno stato di catarsi, o forse sono in estasi! Così chiudo gli occhi, assaporando il suono che produco, godendo della resistenza dei tasti sotto i miei polpastrelli, insistendo con dolcezza, tanto poi si arrendono, assecondando con gioiosa armonia la musica nella mia testa.
Quando ormai i suoni già inebriano il nostro udito, sento un calore improvviso. Guardo alla mia sinistra e ti vedo mentre ti siedi accanto a me sul piccolo sgabello che tante volte ha sostenuto il nostro peso.
Mi scosti  i capelli dagli occhi come eri solita fare, sistemandomeli dietro un orecchio. Poi ti appoggi contro la mia spalla, mentre con la mano carezzi delicatamente la mia gamba.
Mi stampi un veloce bacio sulla guancia e io socchiudo gli occhi. Tante volte mi hai sussurrato quanto ti piacesse ascoltarmi suonare; quante volte lo scivolare sicuro delle mie dita sui tasti ti ha inebriata. Mi avevi detto quanto ti piaceva la mia espressione quando piombavo in quel mondo tutto mio fatto di musica.
«Non sembri tu» mi dicevi.
La tua mano è calda e ne percepisco il calore attraverso i pantaloni strappati. Voglio fermarmi e attirarti a me, ma incrocio il tuo sguardo e capisco che non l’avresti voluto.
«Non fermarti, non osare farlo» dici, quasi mi avessi letto nel pensiero. Sei imperativa e non mi azzardo a contraddirti
Le note continuano a galleggiare nella stanza, o in quel che ne resta.
Fai risalire la mano lungo il mio corpo, percorrendo la linea dei miei fianchi, risalendo fino alla piega del collo, provocandomi dei leggeri brividi di piacere. Ti sollevi leggermente, raddrizzandoti con la schiena, e posso sentire l’aroma dei tuoi capelli.
Mi fermo alla fine di una delle battute più belle della canzone e mi volto verso di te, aggiustandomi sullo sgabello.
Tu ti fai più vicina e mi prendi le mani, accarezzandole tra le tue.
Accosti la fronte alla mia e resti così, ferma, sussurrandomi dolci parole che mi riecheggiano a lungo nelle orecchie.
Il contatto tra i nostri sguardi è ardente e ci guardiamo ancora quando prendi il mio viso tra le tue mani e avvicini le tue labbra alle mie.
È un bacio diverso, o almeno così mi sembra.
Le tue labbra hanno perso la morbidezza di sempre e sono di un rosa meno acceso, ma il tuo alito è ancora caldo e profumato.
Ti stacchi da me e mi getti le braccia al collo violentemente, stringendomi forte, graffiandomi la schiena per l’impeto.
Poi riprendi a baciarmi con rabbia e voluttuosità  e sento che calde lacrime contorno il nostro bacio dandogli un sapore salato.
Mi stacco un attimo, solo il tempo necessario affinché le mie labbra articolino due veloci parole, dette quasi con paura.
Sorridi e inizi a piangere più forte.
«Anch’io» mi rispondi, e poi ti abbandoni a un riso isterico.
«Hai visto?» dici prendendo fiato quasi a fatica «E tutti che dicevano che saremmo finite presto! Eppure a quanto pare, siamo rimaste solo io e te qui!»
Ti guardo con curiosità e mi rendo conto di essere una felice, nonostante tutta la mia vita fosse distrutta, annullata, cancellata come i tanti oggetti in quella stanza. Ecco, nonostante tutto sono una donna felice!
Grazie a te.
 
«Quindi sei felice? È tutto qui quello volevi dirmi?» mi chiedi confusa e forse un po’ delusa cercando il mio sguardo.
«Sì. E’ tutto qui. Volevo solo dirti che sono felice».

 

3- AnnaTakumi

“Simon è morto.”
Oltre al dolore che provava in quel momento per la morte del fratello un turbinio di pensieri  si ammassava nella sua mente.  Preoccupazioni che l’affliggevano e non la lasciavano sola con il proprio dolore.
“Simon è morto.”
 Il suo cadavere, appena sepolto e già i creditori le davano il tormento.  In particolare monsieur John. Ricordando il loro incontro alla cerimonia funebre, un brivido freddo le percorre lungo la schiena. Con quel sguardo lascivo e quelle mani viscide, monsieur John ha reso perfettamente note le sue intenzioni. Per estinguere i debiti del fratello basta che diventasse la sua amante. Dopo la morte prematura del fratello, tre giorni fa,  Clarissa aveva scoperto la situazione disastrosa delle loro finanze. Per tre notti era rimasta senza chiudere occhio. In un primo momento, paralizzata dallo choc della notizia, in seguito, cercando di risolvere la situazione in qui si trovava. Si era spremuta le meningi, aveva pianto e scaraventato i mobili, ma, tutto inutile. Non c’era una via d’uscita da quella situazione. Doveva diventare l’amante di qualcuno…Mai! Fu l’altro pensiero.  Con la fretta di chi agisce d’impulso, si accinse a radunare le sue cose, in particolare l’occorrente necessario per un rapido viaggio verso la campagna.  Avrebbe cambiato nome e magari, se aveva  fortuna, avrebbe fatto la dama di compagnia per la figlia di qualche baronetto locale. Presa com’era a preparare la valigia, non aveva sentito i colpi alla porta. Dopo un attimo la vecchia domestica, Tessa, entro nella stanza con l’aria stanza.
“Scusate signorina, ma vi cercano da basso”  lo sguardo fisso sul bagagli.
“ Chi è a quest’ora? Riferite che mi sono già coricata.”
“ Signorina, hanno insistito, perché si tratta di una cosa urgente, mi dicono” stropiccia le labbra rugose in una smorfia di disappunto.
“ Va bene, scendo. Spero solo che non sia un altro creditore che esige una risposta.”
L’uomo la aspettava  in biblioteca, era di spalle e vestiva di nero.  Quando la porta si chiude, si gira abbagliandola con quello suo sguardo turchese.
“Buonasera, signora Granville.” Dice asciutto “ Scusatemi per l’ora tarda, ma, solo questo pomeriggio ho saputo della morte di vostro fratello, a me amico, e sono molto addolorato. ” Lancia uno sguardo al proprio capello e lo appoggia sul tavolino vicino. Da questo gesto Clarissa si riscuote.
“ Signorina Granville. E voi siete…? “ Lascia la frase in sospeso .
“Hamilton, Tom Hamilton.” Sorride. Lei non ricordava di aver mai sentito quel nome, ne tanto meno sapeva che suo fratello aveva un amico che si chiamava così.
“ La prego signor Hamilton, si accomodi.” E prende anche lei posto sulla poltroncina singola.  “ Come vi siete conosciuti voi e mio fratello, signore? Che rapporti avevate? ” Lo sguardo con qui lui lo guarda è così diretto che la fa sentire leggermente esposta.  Appoggiato pigramente sullo schienale del divanetto sembra un grosso gatto in letargo, ma il luccichino nei suoi occhi dice anche che è pronto per attaccare. Che fosse anche lui come tutti gli altri che erano venuti prima!? Vuole sfruttarla anche lui? Vuole farle del male? Non appena questo pensiero prende forma nella mente di Clarissa, il signor Hamilton prende a parlare. “ Io e Simon ci siamo conosciuti dieci anni fa nel continente.” Facendo due calcoli mentali, Clarissa rammenta il viaggio, durato un anno, che al fratello e servito per visitare, l’Italia, Grecia, Francia, Portogallo, ecc. Era stato un viaggio lungo e Clarissa  aveva  sentito la sua mancanza, come anche in quel momento . Simon le mancava terribilmente. La sua risata, il suo calore, la sua spensieratezza. Gli si riempiono gli occhi di lacrime. Come poteva  una persona così vitale morire per un attacco di cuore!? La vita è proprio ingiusta. Persa in quei pensieri non aveva visto che il signor Hamilton le si era avvicinato offrendole il proprio fazzoletto. Mortificata per quella situazione, mormorò un grazie senza alzare lo sguardo fissandogli le punte degli stivali neri, lucentissimi, e ferme allo stesso punto. Due dita gentili le sollevarono delicatamente il mento. Clarissa, imbattendosi in quel turchese limpido, si sente avvampare.
 “ Non  nascondere il tuo dolore. Non a me.” Dice fissandola con quei occhi meravigliosi e angosciati.
“ Voglio aiutarti davvero e stai tranquilla non ti chiedo niente in cambio. Solo quello che vorrai darmi.”
“Se non vuoi niente in cambio da me, e io non ti darò niente, allora cosa vuoi? Mi riesce difficile crederti. Simon non mi ha mai parlato di te e…” Due mani affusolate la afferrano per le spalle, alzandola in piedi. Un gridolino si sente nella stanza quando incontra il torace forte di Tom. Clarissa, avvampa e riabbassa lo sguardo sulla camicia linda di lui. Il respiro fresco di Tom gli accarezza il viso.  Sapeva di menta, davvero delizioso pensa.  Intuitivamente, senza pensarci, Clarissa alza la testa per annusarlo. Tom si irrigidisce. La allontana ma senza lasciare la presa alle spalle. La fissa con occhi bui. Sul viso un espressione indecifrabile.
“ Ti sei chiesta, come mai, un uomo in salute come Simon potesse  avere un attacco di cuore e morire?” La domanda che gli fa è così fredda che l’impietrisce. Perplessa batte le ciglia confusa. “ Dimmi, signorina Granville, ti sei chiesta, come mai la vostra situazione finanziaria è così disastrosa, quando vostro padre vi ha lasciato una cospicua eredità  e Simon, come tu ben sai, non era tipo da giocare a carte?” Sono le stesse domande che si è fa anche Clarissa da tre giorni. Lei non ha saputo rispondere allora e non sa rispondere adesso.  Clarissa non sa che fare per questo sta pensando di andare il più lontano possibile e lasciarsi alle spalle il dolore e l’umiliazione.  Chiude gli occhi, stanca.
“Guardami! “ Tom le stringe le braccia in una morsa d’acciaio non lasciandole scampo, ma senza farle alcun male. Lei alza le palpebra  lentamente. “Dove andrai, Clarissa?” le domanda dolcemente.  Quella domanda così dolce, scatena in Clarissa una tempesta. Come fa a sapere che lei sta per partire? E’ stata Tessa? No, è fedele alla loro casa da anni, anche se Clarissa non le sta molto simpatica non la tradirebbe mai.
“Clarissa” lo chiama Tom “ Dove hai intenzione di andare?” I suoi occhi non lasciano mai quelli di lei, e come se tramite loro accedesse ai suoi pensieri.  Alle paure di Clarissa.
“Co…come fai a sapere che sto per partire?” Anche lei lo guarda attentamente per cogliere ogni piccola sfaccettatura che transita in quegli occhi.  Lui non batte ciglio e risponde asciutto un “ stavi pensando ad alta voce”. Si scrutano  a vicenda. Lei non gli crede e lui questo lo sa. Senza lasciarle il tempo di riflettere, Tom incalza;
“ Lo sai che tutte quelle cose su Simon non sono vere, giusto?” La lascia e si dirige verso il mobile bar, versandosi due dita di brandy. “ Lui non era tipo da puttane e ballerine d’opera, non giocava d’azzardo e non si ubriacava mai.” Queste cose le sa anche Clarissa. Suo fratello era un uomo sano, sia nel corpo che nell’animo. Però se non era stato Simon a dare fondo alla loro eredità  allora chi era stato? Clarissa non capiva più nulla. Una domanda che la tormentava più di tutte era anche quella più orribile. Se Simon era giovane e sano, allora perché era morto? Non aveva senso. Tutta la stanchezza dei tre giorni appena passati le piombo addosso come un esercito armato, dandogli il capogiro e una leggera nausea.  Perde i sensi nell’abbraccio caldo di Tom. Lui la sorregge prontamente.  Pallido e preoccupato che possa essergli successo qualcosa. Chiama la domestica rugosa per fargli strada e la trasporta nella sua camera. Quando le dice di andare, la donna esita e gli chiede che intenzioni ha con la sua padrona. Incontrando il suo sguardo Tom percepisce la sua preoccupazione.
“ La voglio aiutare a trovare giustizia.” Dice semplicemente.  La donna annuisce e chiude la porta.
   Il sole filtra pallido dalle tende della finestra. Devono essere le sette del mattino. Tom si era addormentato sulla sedia vicina alle letto, una mano intrecciata con quella di Clarissa. Lei dormiva ancora. Sembra così serena. 
“Clarissa Granville” Pronuncia in suo nome completo con attenzione. Con la mano libera gioca con i suoi capelli sparsi sul letto. E’ molto bella. La ricordava di sfuggita, da ragazzina, quando lui aveva accompagnato Simon a casa dopo la loro prima missione. Lei si era gettata tra le braccia del fratello con enfasi. Gli occhi pieni di lacrime di gioia. Tom si era sentito di troppo, aveva fatto un ceno a Simon e se n’era andato.  Eccolo qui, dieci anni dopo, una promessa da mantenere e un amico da vendicare. Ce l’avrebbe fatta, si chiedeva? Era bravo in quello che faceva, e la promessa fatta a Simon, anni fa, sul prendersi cura della sua sorellina, non poteva scordarla.
 A pochi centimetri di distanza due occhi neri la fissavano e lui leggeva tutte le domande alle quali quegli occhi volevano risposta.
“ Ti dirò tutto, Clarissa.” Gli dice Tom, trasmettendole sicurezza. “ Ti dirò del lavoro che facciamo, delle nostre missioni per la Corona, delle persone che hanno assassinato Simon…” Tom non finisce la frase che un singulto disperato proviene da Clarissa. Le lacrime le scendono lente sulle guance e il dolore che c’è negli suoi occhi è così forte che Tom non lo può sopportare. Le prende le mani e gliele bacia.
“Ti prego, non piangere, non lo sopporto. Il pensiero che mi trasmetti fa così male che non sono in grado di sopportarlo. “ Lei gli accarezza una guancia e gli alza il viso.  Leggere quella domanda nel sguardo angosciato di lei gli fa paura.  Questo è il più grande segreto della sua intera esistenza, non glielo può dire. Fa per distogliere lo sguardo ma lei glielo impedisce.
“ Ti prego, Tom. Io ho bisogno di sapere chi sei, per fidarmi di te.” Tom è combattuto, non trova le parole adatte, ha paura di  spaventarla di più così. In fondo, a nessuno piace che i tuoi pensieri privati vengono sentiti da altri. Vedendo che Tom esita, lei si mette seduta sempre con lo sguardo agganciato al suo. Prende un respiro profondo e poi espira lentamente. Chiude gli occhi per due secondi per formulare la domanda e poi gli riapre convinta.
“Tom, leggi nella mente?” ecco l’ha detto. Anche se l’aspettava Tom sembra una statua di sale.
“No.” dice rigido “ leggo gli occhi delle persone. Se tu sei di spalle non posso vedere i tuoi pensieri.” Nemmeno a Simon aveva detto questo suo segreto. Era sempre stato bravo a mantenerlo nascosto, ma solo poche ore con Clarissa Granville e lei l’aveva smascherato.  La mente di Clarissa stava pensando con  frenesia. Era affascinata  e spaventata allo stesso tempo.
“Tu sei la prima persona, dopo moltissimo tempo, alla quale dico il mio segreto.”  Solo la madre di Tom ne era a conoscenza. Clarissa abbassa lo sguardo sulle loro mani, meravigliata, imbarazzata; non sa cosa dire. Voleva toccarlo, per constatare che era reale ,ma non poteva.  Era inconcepibile l’idea, di avere la necessità di toccare così disperatamente una persona che hai conosciuto solo poche ore prima. Eppure ne sentiva il bisogno.
“Ti aiuterò a scovare chi ha assassinato e infangato il nome di Simon”  a quelle parole Clarissa alza la testa e incontra il suo sguardo.  Si, anche lei vuole giustizia per suo fratello. Spera che dal suo sguardo trapeli solo la preoccupazione per  la questione di Simon e non le fantasticherie di una donna, ancora ragazzina.  Si sentirebbe mortificata. Tom alza una mano accarezzandole la guancia con il pollice. Quegli occhi turchesi  adesso fissano le labbra di Clarissa. Lei si passa la lingua sulle labbra e trattiene il fiato quando la mano di Tom scende sul collo e con una leggera pressione lo tira verso se.
“Il bisogno di toccarmi non e unilaterale, io volevo toccarti, abbracciarti, cularti e baciarti appena ho posato gli occhio suoi tuoi. Così neri, profondi e tristi.” Agganciando il suo sguardo a quello di Clarissa, la bacia delicatamente. A occhi aperti.
“D’ora in poi, non ti lascerò mai sola. Sarò sempre al tuo fianco, se mi vorrai.”  Clarissa gli sorride con gli occhi luminosi, dicendoli con la propria voce interiore;

Impara anche a leggere il mio cuore.


Buona votazione :cam: 
 
Il vincitore è il 3° racconto  :yappai: 

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Ho votato il 3° racconto:

mi pare il più interessante, coinvolgente e meglio articolato, però devo dire che ho notato dei gravi errori in tutti e tre i racconti e consiglio le autrici di prestare maggiore attenzione sia ai verbi che all'ortografia, penso che non sia importante solo il contenuto nello scrivere, ma anche la forma e in tutti e tre i racconti quest'ultima mi è parsa un po' trascurata xP

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Ho votato il 3° racconto:

mi pare il più interessante, coinvolgente e meglio articolato, però devo dire che ho notato dei gravi errori in tutti e tre i racconti e consiglio le autrici di prestare maggiore attenzione sia ai verbi che all'ortografia, penso che non sia importante solo il contenuto nello scrivere, ma anche la forma e in tutti e tre i racconti quest'ultima mi è parsa un po' trascurata xP

Si Bre hai ragione :ehm: magari la prossima volta prima della pubblicazione facciamo le giuste correzioni :$$: 

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