LadyCross

Distortion

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Instillati, negli abissi del nostro subconscio, si cela il vero io di ogni persona:
Le fobie più macabre, i desideri più puri, insieme a quelli più sporchi.
I pregi più mirabili, con i vizi più detestabili.
Vi risiedono pure schiere di candidi angeli, e di fianco a loro troverete anche eserciti di viscidi demoni.

 


Se fosse possibile tirar fuori dalle menti umane tutto questo, il caos diverrebbe l’unico vero dio.

 

 

 

 


Chapter one: The begin.

 

 

 

 

Ogni essere umano ha in sé un universo.
Magari non proprio letteralmente. Ma l’intricatissimo insieme di opinioni, idee, punti di vista, immagini, valori, convinzioni; e il sottile filo su cui risiedono in precario equilibrio tutte le contraddizioni che la mente genera -e collegate alle cose sopra citate-, creano un vero e proprio spazio dai confini irraggiungibili.

 

Sarebbe davvero problematico se questi esseri riuscissero ad esternare materialmente nel continuum spazio-tempo in cui vivono, anche solo porzioni di questi universi.
Ma (questa volta) nessun folle scienziato, e nessuna creatura di altri mondi, hanno provato a giocare con tali indomabili forze…

 

 

 

In un normale quartiere di periferia di un paesino mediocre è avvenuto il primo “caso”. Era una zona abbastanza tranquilla, altrettanto raccomandabile (o quasi), ma non esattamente gradevole agli occhi.
La ragazza che aveva affittato quell’appartamento al quarto piano senza ascensore stava rincasando dopo una giornata di lavoro, in tardo pomeriggio.
Lo “strano”, se non “l’assurdo”, era già nell’aria. Era già buio, e non appena scesa dalla macchina la ragazza notò quasi al centro della strada uno strano insetto di un chiassoso e brillante verde scuro.
Non avendo passione per questi animali, non sapeva proprio cosa fosse (e chissà se realmente esistono); ed incuriosita si avvicinò: era abbastanza grande -intorno ai cinque centimetri-, e l'aspetto della corazza dava l'illusoria parvenza d’essere di metallo. Aveva una forma oblunga, divisa in due da un tronco che sembrava contenere due ali troppo sottili per quel corpo, a cui vi si agganciavano sei zampe; ed una minuscola testa a cui erano collegate due lunghe antenne.
Sembrava placido e addirittura simpatico per essere un insetto, anche se era estremamente fuori luogo per dimensioni e colore. Sembrava uscito effettivamente da qualche foresta pluviale, dove la misura tipo di questo genere di creature è almeno triplicato rispetto a quelle che constatereste anche nelle campagne.

 

Un odioso vicino di casa, espresse tutta la sua indisposizione verso la vita avvicinandosi alla chetichella e schiacciando senza pietà quel povero essere. La cosa fu tanto inaspettata che la ragazza trasalì.
- Che schifo - Commentò. - Ogni giorno è sempre peggio! Queste porcherie finiranno con entrare nelle nostre case, mentre il sindaco annacqua l’insetticida per intascarsi qualche misero centone! Maledetto lui e tutta la giunta, dovrebbero morire tutti di fame -.
Si allontanò grugnendo, mentre la ragazza fissava desolata il viscoso liquido verde chiaro che fuoriusciva dal piccolo malcapitato.

 

 

 

Salì le scale lentamente, disgustata più dal comportamento dell’uomo che dalla vista dell’insetto, sia vivo che morto.
Quando aprì la porta…

 

 

 

La visione fu inizialmente…sconfortante. Ma dopo pochi attimi paralizzò letteralmente dalla paura la ragazza.
Non aveva di fronte il solito ingresso, era tutto completamente mutato. La forma era quasi squadrata, ed almeno il doppio dell’angusto rettangolino della stanza originale.
Le pareti, spoglie di ogni decorazione, non erano più di un piatto bianco sporco, erano diventate di un giallo sabbia che le luci “calde” -che prima non c’erano- sembravano renderle più scure; contornate da cornici di un bianco limpido, come quello del soffitto. Sul pavimento invece, vi era il parquet di noce, tipologia che la povera figura inerme non si sarebbe potuta permettere che dopo anni.
Alla sinistra della porta vi era un portaombrelli nero lucido con righe di grigio metallizzato sulla cima e la base. Sembrava quasi uno di quei classici posacenere che mettono nei bar. Ma il posacenere era pieno di ombrelli vecchio stile, quelli lunghi quasi o poco più di mezzo metro.
Seguiva poi un divano in stoffa rosso acceso, davanti ad esso uno spesso tappeto, lungo quanto il divano e largo quasi un metro, dello stesso colore.
Nella parete opposta, quasi parallela al divano, vi era una grande libreria di legno, della stessa tonalità del parquet. Era quasi colma di libri, tutti raggruppati per i vivaci colori delle rilegature, più qualche soprammobile sparso, per contrassegnare il cambio di colore.
Di fronte a questo, e sopra un altro tappeto identico al precedente in forma, colore, tessuto e spessore; vi era un tavolo da pranzo per sei, in legno scurissimo.
Le finestre erano due, una di fronte al divano ed al tappeto, l’altra quasi completamente di fonte al tavolo. Entrambe erano ornate da pesanti tende dello stesso rosso del divano e dei tappeti.

 

Esattamente opposta alla porta di ingresso ve ne era un’altra identica. Solo che questa aveva alla sua sinistra un vaso di stupende rose di uno scarlatto vivissimo. Sul pavimento, alla base del vaso, vi erano parecchi petali anneriti, che sembravano giacere lì da giorni.
Sia le rose che i petali avevano un che di luccicante, sembrava vi fosse fatta cadere sopra della porporina argentata.

 

Ma non era solo la stanza completamente stravolta il problema, vi erano due “singolarità” che rendevano tutto irreale abbastanza da poter far impazzire qualunque uomo con l’intelletto inferiore o molto prossimo alla media:

Lo spazio che occupava la stanza non aveva alcunché di logico. Infatti, se fosse realmente esistita avrebbe occupato per il novanta per cento almeno l’area destinata all’ingresso dell’appartamento adiacente, tanto da dover impedirne l’esistenza. Che era invece ridicolmente provata dalla porta d’ingresso visibilissima dal pianerottolo.

 

Il secondo dettaglio era molto più terrificante.
Ad un metro e mezzo al massimo dall’ingresso vi era una domestica, che la ragazza non aveva mai visto prima: abbronzata, bassa e tozza. Dai capelli castano chiaro, corti e molto mossi. Aveva sul naso un paio di occhiali ad “occhio di gatto” neri, tenuti da una cordicella che avvolgeva largamente la testa.
Indossava una tipica uniforme da domestica di altri tempi, ma al posto del classico nero vi era il turchese. Il grembiule era invece bianco e merlettato, come doveva essere.
Indossava dei guanti bianchi e corti. Di un incomprensibile materiale.
Una delle mani era poggiata sul ginocchio, in quanto era leggermente chinata, l’altra aveva in mano uno spruzzo piccolo, con la boccetta azzurra rotonda e trasparente. Il contenuto sembrava pieno di lucciole argentee sospese nell’acqua…sembrava la stessa sostanza che era stata applicata alle rose vicine all’altra porta.

 

Era a cosa dirigeva lo spruzzo il vero dramma.
Un cadavere, di un uomo, interamente mutilato.

 

Le braccia erano state malamente tagliate fino alla spalla, di fatto il bordo era parecchio frastagliato. Così come la parte finale del busto, mozzato (questa volta di netto) molto prima dei genitali.
Aveva i capelli castani, corti e scompigliati. Dagli occhi vitrei e dalla sfigurante espressione sul viso, una macabra maschera d'atrocità, uscivano quasi tangibili il dolore e l’orrore provati prima di morire.
La pelle era già quasi grigia, non era lì di certo da poco.
La domestica spruzzava in maniera convulsa quel magico prodotto, che non sembrava consumarsi mai, verso il taglio del braccio destro.
Ogni parte mozzata risplendeva della strana porporina argentata, che aveva creato una specie di patina protettiva su ossa e tessuti.
Non vi erano nemmeno remote tracce di sangue. Il pavimento era immacolato.
-Con questo si conserverà fino all’arrivo della polizia- Disse la colf con un accento indefinito.

 

 

 

 

 

La ragazza guardò le rose. Chissà da quanto non erano state toccate…
E svenne.

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